Nel 1928, Parker Brothers ha creato un gioco che cattura l’essenza di una giornata tra prati verdi, bunker e putt difficili, tutto su una scatola da tavolo.
Ogni giocatore sceglie un bastone — Driver, Brassie, Mashie o uno degli altri otto tipi tipici dell’epoca — poi pesca una carta che decide quanto lontano vola la palla. Le distanze sono segnate sul tabellone, come chilometri su una strada: ogni foro ha un suo tragitto da percorrere con precisione. Ma non tutto va sempre bene: le carte possono mandare la pallina fuori campo, nel rough o in un bunker. E quando accade, i bastoni disponibili si riducono: dal rough puoi solo usare Mashie, Mashie-Niblick o Niblick, come se il terreno ti imponesse una punizione elegante.
L’obiettivo non è fare meno colpi possibili, ma vincere più buche degli avversari. È match play, la vecchia regola del golf: chi arriva per primo al green di un foro vince quel foro, e il gioco si decide a colpi di hole-in-one o di rimonte coraggiose.
Non è un simulatore realistico, ma una versione affascinante di come si giocava all’epoca: lenta, strategica, piena di carattere. Le carte, i nomi dei bastoni, il tabellone dettagliato — tutto parla di un golf più rituale che sportivo. Perfetto per chi ama i giochi d’altri tempi, dove ogni colpo ha una storia da raccontare.
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