Backgammon è uno dei giochi da tavolo più antichi al mondo, un duello elegante tra strategia e fortuna che si gioca da cinquemila anni. Due giocatori muovono ciascuno quindici pedine su una scacchiera divisa in ventiquattro tratti, cercando di portarle tutte fuori prima dell’avversario. Ogni turno, i dadi decidono quanto puoi avanzare — ma la vera sfida sta nel capire come usare quei numeri al meglio.
Ogni mossa è un equilibrio tra attacco e difesa: puoi bloccare le pedine avversarie, costringendole a tornare all’inizio, o creare barriere che ti proteggono dai suoi tentativi di avanzamento. Le pedine catturate non scompaiono — devono rientrare dal bordo e ricominciare il percorso, un ritorno che può cambiare l’andamento della partita in pochi secondi. E poi c’è il cubo del doppio, quel piccolo oggetto che trasforma il gioco da una semplice gara a un dialogo silenzioso tra rivali: chi osa raddoppiare la posta? Chi accetta, e chi si ritira?
Non è un gioco di pura fortuna. I dadi danno le possibilità, ma sei tu a scegliere quali muovere, quando rischiare, quando arretrare. Ogni lancio apre decine di opzioni, e la vittoria va a chi riesce a leggere il tabellone come una partita di scacchi in movimento.
Le sue origini si perdono nella storia: tavole simili sono state trovate nelle tombe degli antichi sumeri, negli scavi di Ur, nei sepolcri egizi accanto ai resti di Tutankhamon. I romani lo chiamavano Tabula, i persiani Takhteh Nard — battaglia sul legno — e in Cina e Giappone aveva nomi diversi ma la stessa struttura. L’inglese “backgammon” potrebbe derivare da “back game”, per l’obbligo di riportare indietro le pedine catturate.
Nel 1743 Edmond Hoyle ne codificò le regole in Inghilterra, stabilendo un linguaggio che ancora oggi usiamo. Nel XX secolo è tornato alla ribalta con l’uso del cubo del doppio e la sua popolarità tra gli intellettuali degli anni Trenta. Oggi è un gioco che non richiede molto spazio né tempo — una partita dura circa mezz’ora — ma lascia un segno profondo: ti fa pensare, calcolare, anticipare. È il dialogo silenzioso tra due menti su una scacchiera di legno, dove ogni dado porta con sé un nuovo dilemma.
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