Bridge è un gioco di carte da tavolo per quattro giocatori, divisi in due coppie che si sfidano in una battaglia tra intuito, comunicazione e precisione. Si gioca con un mazzo standard da 52 carte, e ogni mano è una combinazione di astuzia tattica e collaborazione silenziosa tra partner.
La partita si snoda in due fasi distinte: l’asta e il gioco delle prese. Nell’asta, i giocatori scommettono su quanti trucchi riusciranno a conquistare con un determinato seme come atout, usando un linguaggio codificato di offerte che trasmette informazioni sulle proprie carte senza parlare apertamente. È qui che si misura la capacità di lettura del compagno e di interpretazione delle intenzioni. Una volta stabilito il contratto, chi ha vinto l’asta diventa dichiarante: gioca la sua mano normalmente, mentre quella del partner viene posata a faccia in su sul tavolo — il “morto” — e gestita interamente dal dichiarante. Gli avversari, invece, cercano di impedire che il contratto venga onorato, giocando per prendere abbastanza prese da far fallire l’obiettivo.
Vince la coppia che accumula più punti attraverso i contratti realizzati e le penalità inflitte agli avversari. Il sistema di punteggio, riformato da Harold Vanderbilt nel 1925, ha reso il gioco più equilibrato e strategico, trasformando l’antenato Whist nell’attuale Contract Bridge.
Il suo fascino sta nella fusione tra fortuna delle carte e maestria del gioco: ogni mano è un puzzle da risolvere con la mente. Nella versione duplicate — usata in torneo — le stesse carte vengono giocate da più coppie, eliminando l’elemento casuale e lasciando emergere solo il talento. È un gioco che non si esaurisce mai: ogni partita è diversa, ma la sfida rimane sempre quella di comunicare senza parole, pensare tre mosse avanti e vincere con precisione.
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