El Tablero de Jesús

(1971)
5.3/10 (10 voti)

El Tablero de Jesús è un gioco da tavolo che sembra uscito da una leggenda medievale: dadi, monete e una griglia 7x7 dove ogni mossa può portarti alla vittoria... o alla rovina. Nato nel 1971 come piccolo esperimento di gioco da tavolo ispirato a storie di monaci e proibizioni papali, non è un gioco per timidi. È una sfida tra due giocatori che scommettono, bluffano e corrono rischi con il semplice lancio di due dadi.

Si gioca su una griglia quadrata, come una scacchiera ma più ampia, dove ogni giocatore parte con dieci monete da un punto e due monete più grandi da quattro punti — queste ultime servono solo per cambiare il denaro, non contano davvero. Ognuno piazza le proprie monete sulla linea di partenza, la riga più vicina a sé: cinque monete sul lato destro del proprio campo, due sull’altro, in modo che ogni colonna abbia almeno una pedina. Poi si lancia un dado per decidere chi comincia.

Il cuore del gioco è diretto ma profondo: lanci i dadi e muovi le tue monete su e giù per le colonne, cercando di allinearle in fila orizzontale. Puoi spostare una pedina per ogni dado, oppure sommare i due valori e muovere una sola pedina più lontano. Ma attenzione: non puoi mai tornare indietro su una colonna già percorsa, né saltare colonne vuote. Se un dado ti dà 6 ma non hai monete da spostare, lo ignori. Devi usare entrambi i numeri, se possibile — e anche se uno dei due è impossibile da giocare, il turno continua.

Quando riesci a formare una fila di pedine consecutive in una riga — anche solo due — puoi “pescarle” via dal tabellone. È un gesto semplice, ma con conseguenze pesanti: ogni volta che prendi una formazione, il tuo avversario deve riempire le colonne vuote con monete dalla sua riserva. Se non ce ne ha abbastanza? Hai vinto. Lui è senza soldi e perde.

Ma c’è un trucco. Ogni volta che lanci 7, 11 o 12 — i cosiddetti “Diablo” — devi passare subito i dadi all’avversario. È come se il gioco ti punisse per aver avuto troppo successo. Ma qui entra in scena la vera sfida: puoi scegliere di non arrenderti. Se vuoi, puoi scommettere una somma extra — un “Wager” — e continuare a giocare. La posta deve essere pari alla fila più lunga sul tavolo, più due monete. Finché non riesci a formare una linea almeno così lunga, non puoi pescare niente. Se ci riesci, ritiri la tua scommessa e giochi normalmente. Ma se lanci un altro Diablo durante la scommessa? Perdi tutto: i dadi passano all’avversario e lui si prende anche le tue monete messe da parte.

C’è poi una mossa ancora più audace: il “Run”. Se riesci a formare sette pedine in fila — l’intera riga — invece di prenderle, puoi dichiarare che vuoi “correre”. Ora continui a lanciare i dadi e ogni volta che non esce un Diablo, il tuo avversario deve aggiungere due monete al tabellone. Non muovi le tue pedine: restano lì, in attesa. Il gioco diventa una corsa contro te stesso: più lanci, più monete si accumulano sul tavolo. Ma se esce un Diablo? Tutto va all’avversario. E tu devi ricominciare da zero, piazzando di nuovo sette monete sulla tua linea.

Il gioco non ha una durata fissa: può finire in cinque minuti o durare mezz’ora. Non è un gioco di fortuna cieca — la strategia sta nel sapere quando fermarsi, quando scommettere e quando correre il rischio. È un equilibrio tra codardizia e audacia, tra calcolo e follia.

L’estetica del gioco lo rende ancora più affascinante: la griglia è decorata con simboli religiosi — quattro figure che rappresentano la dannazione, altre quattro che promettono salvezza, e due pesci al centro, antico simbolo di Gesù. È un gioco che parla di peccato: il peccato della cupidigia, del voler vincere sempre di più, anche quando la ragione dice “basta”. I monaci medievali lo avrebbero condannato — e forse per questo è così eccitante.

Non c’è un modo perfetto per vincere. Non esistono strategie infallibili. È un gioco che ti mette di fronte a scelte semplici ma dolorose: prendo ora, o rischio tutto? Scommetto, o passo i dadi e mi salvo? Corro, anche se so che potrei perdere tutto?

El Tablero de Jesús non è un gioco da tavolo come gli altri. Non ha carte, non ha pezzi complessi, non ha regole infinite. Ha solo due dadi, alcune monete e una griglia vuota che diventa un campo di battaglia psicologico. È leggero nel peso ma profondo nell’anima.

E se lo giochi con qualcuno che sa stare al gioco — senza rancore, con sorrisi e imprecazioni — diventa un rituale. Un piccolo teatro della tentazione, dove ogni lancio è una preghiera silenziosa: “Fammi vincere. Ma non troppo.”

  • Giocatori: 2
  • Complessità: (1.50)
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