Electric Baseball

(1947)

Electric Baseball, uscito nel 1947, non è un gioco da tavolo come gli altri: è una macchina da baseball elettrica che ti fa sentire il brivido di un match vero, senza bisogno di un campo o di undici giocatori. Nato dall’ingegno di un ragazzo di diciassette anni, James M. Prentice, questo gioco ha attraversato decenni con una presenza silenziosa ma persistente, trasformandosi in tante versioni diverse, ciascuna con il suo carattere.

Il cuore del gioco è una piccola plancia di legno, lunga poco più di un metro, che riproduce un diamante da baseball. Due giocatori si sfidano: uno controlla la battuta, l’altro la difesa. Ognuno ha un pulsante o una manopola per far muovere i personaggi in miniatura — il battitore, i corridori, i campionisti — su binari nascosti sotto la superficie. Quando si preme il bottone giusto, una luce lampeggia: un fuori campo, un doppio, un out. Il tutto alimentato da una semplice batteria D, che fa brillare le lampadine e muovere i meccanismi come in un piccolo teatro meccanico.

L’obiettivo è semplice quanto affascinante: segnare più punti dell’avversario entro nove inning. Ma la vera magia sta nel modo in cui si gioca. Non c’è dado, non c’è carta da pescare. Ogni mossa dipende dalla tua abilità di scegliere il momento giusto per premere quel pulsante: un attimo troppo presto e il battitore sbaglia; un attimo troppo tardi e la palla è già in campo. È come guidare una macchina da corsa con i piedi, ma qui si tratta di baseball, e ogni colpo ha un suono, un colore, una storia.

Le prime versioni risalgono agli anni Trenta, quando Prentice, appena uscito dall’università, vendeva questi giochi a cinque dollari l’uno, assemblandoli personalmente nel suo laboratorio. I box erano rossi, con un battitore stilizzato che sventolava la mazza come in un dipinto d’epoca. Con il tempo, le scatole cambiarono: da “Big League Electric Baseball” a “Jim Prentice Electric Baseball”, fino alla versione più famosa degli anni Quaranta, quella con la scritta “Operates Electrically or Mechanically”. Questo dettaglio non era un semplice slogan: significava che il gioco poteva funzionare anche senza corrente, se le lampadine si bruciavano o la batteria finiva. Un’idea geniale per i tempi di guerra, quando l’elettricità e i materiali erano rari.

Nel 1947, il modello E120 — quello che ancora oggi molti collezionisti cercano — arrivò con una nuova grafica: un battitore in stile cartoon, disegnato da J.F. Kernan, l’illustratore di tanti fumetti d’epoca. La scatola era bianca, con una finitura ruvida che ricordava la pelle di un alligatore, e dentro c’era tutto: i giocatori in metallo, le basi mobili, il quadrante per contare gli out. Non era solo un gioco: era un oggetto da collezione, fatto a mano con cura artigianale.

Ci sono versioni strane, quasi misteriose: una senza batterie, senza luci, che sembra un’edizione di emergenza della guerra; altre con due manopole invece dei pulsanti, progettate da altri inventori e poi licenziate a Prentice. Eppure, nonostante le varianti e i cambiamenti, il cuore rimane lo stesso: la tensione di un match che si svolge sotto i tuoi occhi, con quel lieve ronzio delle lampadine che ti ricorda quanto sia fragile e meraviglioso questo meccanismo.

Electric Baseball non è stato mai un successo di massa. Non ha avuto campagne pubblicitarie né sponsor televisivi. Ma chi lo ha giocato, una volta, non dimentica il suono della batteria che si accende, la luce rossa che lampeggia per un fuori campo, il silenzio prima del colpo decisivo. È un gioco che ti fa sentire il ritmo di un baseball degli anni Quaranta: lento, strategico, pieno di dettagli nascosti.

Oggi è raro, quasi un oggetto da museo. Ma ogni volta che qualcuno lo trova in soffitta o in un mercatino dell’usato e lo collega alla presa, quel piccolo mondo torna a vivere: i giocatori si muovono, le luci brillano, e per qualche minuto, il passato non è più solo storia. È gioco. È magia. È baseball.

  • Giocatori: 1-2
  • Età Minima: 8+
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