Maniac è un gioco elettronico degli anni ’70 che trasforma la memoria e i riflessi in una sfida divertente per due o quattro giocatori. Ognuno ha un paddle da premere, ma non basta essere veloci: bisogna ascoltare, contare, riconoscere schemi e tenere il tempo.
La partita si svolge in quattro fasi, ripetute tre volte ciascuna. Nella prima, Maniac emette un suono casuale, poi si interrompe: chi preme per primo il paddle vince due punti, il secondo ne guadagna uno; gli altri sentono la famosa “raspberry”, un fastidioso ronzio che segnala l’errore. Nella seconda fase, una sequenza di suoni di diversa velocità e altezza deve essere contata: quando finisce, il gioco emette dei bips; bisogna premere al momento esatto in cui i bips corrispondono al numero ascoltato. Tre punti per l’esatta risposta, uno se ti sbagli di una unità, zero se sei fuori strada.
La terza prova è visiva e uditiva: un pattern di luci e suoni viene mostrato, poi ripetuto in tre versioni diverse — una delle quali potrebbe essere identica all’originale. Chi riconosce la copia esatta vince, gli altri rimangono a bocca aperta.
L’ultima fase mette alla prova il senso del tempo: un tono fisso dura per alcuni secondi; quando si spegne, devi tenere premuto il paddle per lo stesso intervallo. Chi si avvicina di più vince.
Ogni round vale punti, e chi arriva a 25 prima degli altri è il vincitore. Non serve essere un genio: basta attenzione, concentrazione e un po’ di fortuna. Maniac non ha schermi colorati né grafica avanzata — ma la sua semplicità lo rende ancora coinvolgente, quasi ipnotico. Un gioco che ti fa ascoltare il silenzio tra i suoni.
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