Qui, tra rovine fumanti e strade trasformate in trincee, gli americani avanzano contro un esercito giapponese determinato a morire piuttosto che cedere.
Il gioco è pensato per due giocatori: uno comanda le forze statunitensi, con l’obiettivo di sgomberare la città entro dieci turni; l’altro difende come un esercito ormai senza via d’uscita. Ogni turno rappresenta tre giorni reali, e ogni esagono della mappa copre circa mezzo chilometro: abbastanza per sentire il peso del terreno, ma non così dettagliato da perderti nei numeri. Le unità vanno dai plotoni di fanteria alle batterie d’artiglieria pesante, dalle truppe navali agli ingegneri specializzati — 22 tipologie diverse, ciascuna con un ruolo preciso sul campo.
Non si tratta di una battaglia da vincere con manovre eleganti. Qui la vittoria non è misurata in territorio conquistato o nemici eliminati, ma nella semplice presenza o assenza di unità giapponesi al termine del decimo turno: se anche un solo soldato resta vivo, il Giappone ha vinto. Se la città è pulita prima della fine, gli americani trionfano. Non ci sono pareggi. Questa regola non è un dettaglio tecnico: riflette la realtà storica di una resistenza disperata, dove ogni edificio era difeso fino all’ultimo respiro.
Il gioco equilibra complessità e immersione: le meccaniche sono abbastanza profonde da coinvolgere gli appassionati di wargame senza sovraccaricare il ritmo. La mappa, ricca di dettagli urbani e percorsi strategici, ti costringe a scegliere tra attacchi diretti e manovre laterali, mentre l’artiglieria e i mortai trasformano quartieri interi in macerie. Non c’è spazio per l’eleganza: qui si combatte con il fango, il fuoco e la determinazione.
Manila '45 non è un gioco che celebra la vittoria. È un racconto di resistenza, distruzione e sacrificio — dove ogni mossa pesa come una vita. E alla fine, chi vince davvero? Lo decidi.
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