Piquet è un gioco da tavolo elegante e strategico, nato nel XVI secolo e ancora giocato oggi per la sua profondità e il suo ritmo calcolato. Due avversari si sfidano con un mazzo ridotto di 32 carte — dai sette all’asso in ciascun seme — dove ogni mossa conta, ogni carta nascosta pesa, e l’informazione è più preziosa del punteggio.
Ogni partita si sviluppa in tre fasi distinte. Prima, i giocatori scelgono con cura quante carte scartare dal mazzo centrale (il talon), sostituendole per migliorare la propria mano: le carte scartate rimangono visibili a entrambi, creando un dialogo silenzioso tra gli avversari. Poi viene il momento delle dichiarazioni: si rivelano combinazioni di carte — una scala lunga, un colore dominante, o tre o quattro carte dello stesso valore — guadagnando punti ma allo stesso tempo svelando parte del proprio piano. Qui non serve bluffare: la verità è l’unica arma, e chi sa quando tacere ha già mezza vittoria.
La terza fase è il gioco delle prese: si giocano le carte a turno senza semi di briscola, e chi prende più manche guadagna punti extra. Ma attenzione: c’è anche un bonus per chi arriva prima a 30 punti totali in una mano, o per chi conquista tutte le prese. La partita si conclude quando uno dei due raggiunge i 100 punti — oppure dopo sei manche, se si segue la versione più breve.
Piquet non è un gioco veloce né casuale: richiede pazienza, memoria e controllo. Ogni scelta nell’exchange influenza le dichiarazioni; ogni dichiarazione nasconde o rivela qualcosa per il gioco delle prese. È come una partita a scacchi con le carte: non si tratta solo di avere buone combinazioni, ma di decidere cosa mostrare e cosa tenere nascosto, quando farlo e perché. Il mazzo piccolo e le mani grandi rendono ogni mano intensa, quasi un rompicapo in cui i tuoi errori sono visibili agli altri — e così pure i tuoi inganni.
Per chi ama i giochi dove la mente vince sulla fortuna, Piquet è ancora oggi uno dei più raffinati.
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