RAN è un gioco che ti immerge nell’epoca dei samurai, quando le battaglie non erano solo scontri tra eserciti, ma teatri di gesta personali, onore e caos. Nel cuore del Sengoku Jidai, l’Era degli Stati in Guerra, i daimyo lottavano per il potere, non solo con strategie militari, ma con atti di coraggio che spesso confinavano con la temerarietà. Qui, vincere una battaglia significava anche raccogliere teste nemiche: un gesto che più di ogni altra cosa dimostrava il valore di un guerriero.
Il gioco si svolge su mappe esagonali dove l’azione è fluida e poco lineare, come lo erano le vere battaglie del XVI secolo. I giocatori comandano forze composte da samurai, arcieri, lance e i nuovi, rivoluzionari arquebusi introdotti dai portoghesi. Il tiro dei dadi determina l’esito degli scontri, ma non è solo una questione di fortuna: la posizione, il terreno difficile — montagne, risaie, boschi — e le manovre di riserva possono ribaltare ogni situazione. Ogni battaglia ha un suo ritmo, una sua logica tattica che richiede pazienza, anticipazione e adattamento.
RAN presenta sette battaglie storiche, dalla piccola ma intensa Mimasato-gé a Tennoji, l’epico scontro finale con oltre 250.000 uomini in campo. Non si tratta di semplici scenari: ogni conflitto è un caso studiato, con condizioni specifiche, forze disuguali e sorprese tattiche che riflettono la realtà storica. A Mimigawa, gli Otomo vengono ingannati da una ritirata finta; a Okitanawate, i Ryuzoji devono contrastare un attacco in due direzioni; a Suriagehara, Date Masamune tiene a bada un esercito superiore con l’uso sapiente delle riserve. Ogni partita è un puzzle da risolvere, non una sequenza di mosse prevedibili.
Il sistema di gioco è profondo ma non complesso per capirci: le regole sono chiare, i tabelloni ben progettati e gli elementi grafici — mappe dettagliate, contatori precisi, carte di riferimento — ti accompagnano senza appesantire. Il gioco dura quattro ore, ma non perché sia lento: è perché ogni mossa conta, ogni decisione ha un peso. Non c’è spazio per l’improvvisazione superficiale; qui il successo viene dalla comprensione del contesto, dal rispetto della storia e dall’intelligenza tattica.
RAN non celebra i samurai come eroi romantici: li mostra come uomini in un mondo violento, dove la disciplina si scontra con l’istinto, e il piano perfetto può crollare per un errore di valutazione o una carica disperata. È un gioco che non ti chiede di vincere a tutti i costi, ma di comprendere perché certe battaglie furono vinte — e altre perse.
Per chi ama la storia giapponese, il wargame serio e le dinamiche di combattimento non lineari, RAN è un’esperienza che rimane. Non è un gioco da tavolo qualunque: è un viaggio nel cuore del caos samurai.
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