Slahal è un gioco antichissimo, nato tra le comunità indigene della costa del Pacifico nordoccidentale e ancora praticato oggi con lo stesso spirito di sfida e magia. Conosciuto anche come “gioco delle ossa” o “gioco delle mani”, non è solo un passatempo: è una danza di intuizione, ritmo e astuzia, dove la fortuna si mescola alla psicologia.
Due squadre si fronteggiano, ciascuna con un mazzo di bastoncini che fungono da punteggio. Al centro, due piccole ossa o pezzi di corno — uno liscio e uno piatto su ogni lato — vengono nascosti tra le mani di un giocatore, in una delle quattro possibili combinazioni: entrambi i lati lisci verso il basso, entrambi i piatti, o uno per parte. Mentre la musica tradizionale fluisce intorno a loro — battiti di tamburo e canti che guidano il ritmo — l’altro team osserva attentamente, cercando di indovinare dove sono le ossa. Con un gesto silenzioso, il caposquadra avversario segnala la sua scelta: due dita per dire “entrambi lisci”, una mano chiusa per “uno per parte” e così via. Se indovina, non succede nulla. Ma se sbaglia, deve consegnare un bastoncino all’altra squadra.
Il gioco si snoda in questo modo: ogni errore riduce le risorse di chi azzarda, mentre l’abilità nel nascondere e nell’osservare diventa fondamentale. Non c’è fortuna pura qui: è un equilibrio tra il caso delle ossa e la lettura del comportamento dell’avversario. Chi riesce a sottrarre tutti i bastoncini all’altro team vince.
Slahal non si gioca solo con le mani, ma con l’anima. La musica, i gesti silenziosi, il respiro collettivo creano un’atmosfera quasi rituale. È un gioco che non richiede tabelle o regole complesse: basta una coppia di ossa, qualche bastoncino e la voglia di giocare con la mente più che con i dadi. Ancora oggi, nelle cerimonie e nei raduni delle comunità native, Slahal continua a vivere — non come un relicto del passato, ma come un linguaggio vivo tra chi sa ascoltare il silenzio prima di parlare.
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