The Junkie Game è un gioco da tavolo fuori dal comune, nato nel 1972 per raccontare in modo diretto e crudo l’abisso dell’addiction. Non si tratta di accumulare ricchezze come nei classici giochi da salotto: qui, ogni mossa ti porta un passo più vicino alla perdita. Fino a sette giocatori interpretano persone che scivolano nella dipendenza dall’eroina, spinti dalla necessità di mantenere abiti sempre più costosi e dal tentativo disperato di sopravvivere senza lavoro.
Si muove il dado: ogni casella ti porta in un nuovo scenario — una giornata da 10 dollari, poi da 20, fino a diventare insostenibile. Le carte “Hassle” e “Wisdom”, simili alle Chance di Monopoly ma con toni più duri, ti colpiscono quando atterri su quadrati rossi o verdi: un arresto, una rissa, un momento di lucidità che cambia tutto. Per tenere a galla la tua esistenza, devi trovare “hustle”: lavori informali, attività illegali, compromessi quotidiani. Ognuno ha il suo ritmo, la sua retribuzione imprevedibile.
Il tuo stipendio svanisce. I tuoi beni vengono venduti o confiscati. Le spese crescono, le possibilità diminuiscono. Eppure, chi resta in gioco più a lungo — chi resiste alle cadute, agli arresti, alla disperazione — è il vincitore. Non perché abbia vinto la dipendenza: ma perché ha resistito un po’ di più nel buio.
Il gioco non celebra la sopravvivenza: la esplora. È stato creato per educare, per far capire cosa significa vivere dentro quel circolo senza uscita. Non c’è gloria qui, solo una rappresentazione silenziosa e potente di un dramma reale. E forse, proprio questo lo rende importante: non ti dà la soluzione. Ti mostra il percorso. E ti lascia con un silenzio che pesa.
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