È la guerra in cui il piccolo Paraguay, isolato e sovrano, si trova a fronteggiare l’alleanza di Argentina, Brasile e Uruguay: una battaglia per la sopravvivenza contro forze numericamente superiori, combattuta tra fiumi, paludi e foreste fitte.
Il gioco è pensato per due giocatori: uno guida le truppe paraguaiane, l’altro l’esercito alleato. La mappa, suddivisa in esagoni di circa 25 chilometri ciascuno, riproduce fedelmente il terreno del Sudamerica meridionale, con fiumi che diventano vie cruciali per i rifornimenti e le offensive navali. Le unità non sono divisioni da manuale, ma battaglioni realistici – spesso più simili a gruppi di soldati determinati che a formazioni organizzate – accompagnati da poche imbarcazioni armate che controllano i corsi d’acqua.
Ogni turno rappresenta tre mesi nel primo anno, poi sei mesi per il resto del conflitto: un ritmo che riflette l’andamento storico della guerra, tra attacchi improvvisi e lunghe fasi di stallo. L’alleato parte con l’iniziativa, cercando di spingersi verso la capitale Asunción, mentre il Paraguay deve resistere, sfruttare le difese naturali e colpire dove meno se lo aspettano. Ma non è solo una guerra di difesa: nei primi mesi, il Paraguay può ancora sferrare offensive audaci, spingendosi in territorio nemico prima che la marea si chiuda intorno a lui.
La partita termina nel 1868, quando storicamente le forze alleate penetrarono le fortificazioni fluviali e aprirono la strada alla caduta del Paese. Non è un gioco di scontro totale, ma di logoramento, risorse limitate e decisioni difficili: ogni battaglia costa vite che non si possono rimpiazzare. È una guerra dove il valore militare conta meno della volontà di resistere – e dove la storia non ha mai avuto un vincitore veramente felice.
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