Whist è un gioco di carte classico che ha incantato le sale da pranzo europee per oltre due secoli, tra risate, sussurri e calcolati silenzi. Nato nel 1663, si gioca con un mazzo standard da 52 carte e coinvolge due o quattro giocatori, solitamente in squadre fisse: chi è seduto di fronte all’altro diventa compagno, e insieme cercano di vincere più prese possibile.
La partita si svolge a prese: il primo giocatore lancia una carta, e gli altri devono seguire lo stesso seme se ce l’hanno. Se non lo hanno, possono scartare un’altra carta o – se la loro squadra ha stabilito un seme di atout – giocarne uno per sovrastare la presa. L’atout viene deciso dalla carta scoperta che rimane dopo il mazzo è stato distribuito: una semplice, ma efficace, casualità che dà a ogni mano un carattere diverso.
L’obiettivo? Vincere più di sei prese. Ogni presa in più di questo numero vale un punto. La partita si conclude quando una squadra raggiunge 5 punti (anche 7 o 9, a seconda del consenso), e la vittoria non è mai scontata: bisogna contare le carte uscite, indovinare cosa hanno gli avversari e decidere quando giocare forte o lasciare passare. È un gioco di memoria, logica e controllo, dove l’abilità supera spesso la fortuna.
Esistono varianti: alcune fissano l’atout in ordine ciclico (cuori, quadri, fiori, picche), altre premiano chi ha in mano le quattro carte alte dell’atout – asso, re, donna e fante – con bonus extra. Ma queste sono aggiunte che non cambiano il cuore del gioco: un equilibrio perfetto tra semplicità e profondità. Whist non ha bisogno di regole complesse o carte speciali. Basta un mazzo, quattro sedie, e la pazienza di osservare ogni carta come un pezzo di un puzzle che si svela lentamente. È il poker senza scommesse, lo bridge senza licitazioni: un classico silenzioso, ma mai noioso.
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