Go-Moku è un gioco antico e silenzioso, dove ogni mossa può diventare una vittoria o una trappola. Si gioca su una scacchiera a quadretti — spesso quella del Go, 19x19 — ma va benissimo anche un foglio a quadri con croci e cerchi. Due giocatori si alternano posizionando pietre nere e bianche, cercando di allineare cinque pezzi in fila: orizzontalmente, verticalmente o in diagonale. Sembra semplice come la morra cinese, ma qui lo spazio è enorme, e ogni scelta apre nuove possibilità.
Il primo giocatore, con le pietre nere, ha un leggero vantaggio: per questo si usa una regola equilibrata chiamata swap2. All’inizio, due pedine nere e una bianca vengono messe in posizione centrale; l’avversario sceglie allora se giocare con il nero, con il bianco o aggiungere un altro paio di pietre per decidere chi parte. Dopo questo scambio, si gioca senza limiti: nessuna regola artificiosa, solo intuito e pianificazione.
Non serve essere esperti di Go per appassionarsi: le regole sono poche, ma la profondità è enorme. Una linea di cinque può nascere da un movimento apparentemente innocuo, e una sola distrazione basta a rovinare tutto. È un gioco che ti fa guardare oltre il prossimo turno, che ti costringe a vedere le trame nascoste tra i quadretti.
E quando finalmente riesci a chiudere la tua fila di cinque? Non c’è grido né battimano: solo quel silenzio soddisfatto, e l’idea che il prossimo gioco sarà ancora più bello.
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