Sette personaggi potenti – l’Ambasciatore, l’Arcivescovo, il Barone, la Regina, il Bastardo Reale, il Tesoriere e il Maggiordomo – si muovono nell’ombra, ciascuno con obiettivi segreti e abilità uniche. Non è una semplice partita a carte: è un gioco di teatro, diplomazia e tradimento, dove le alleanze durano quanto un sussurro prima della sentenza.
Ogni giocatore riceve monete e carte d’intrigo per guadagnare favore alla corte, manipolare eventi o eliminare rivali. Le risorse sono scarse, i nemici numerosi, e il re – se presente come narratore – premia chi recita con convinzione: una dichiarazione appassionata, un gesto teatrale, una bugia credibile possono cambiare il corso degli eventi. Il gioco si svolge in tre fasi: nell’Audience, le risorse vengono distribuite; nella Diplomazia, i giocatori negoziano fuori dal tavolo, tessendo reti di potere tra un boccale e l’altro; infine, nel Consiglio, si presentano le petizioni, si discutono gli eventi e si decidono le sorti del regno.
Le carte non sono solo segni su carta: devono essere interpretate. Un tradimento va sussurrato con un sorriso, una maledizione va pronunciata a voce alta, un accordo deve essere stretto con lo sguardo. Il gioco si nutre di improvvisazione e teatralità, ma la strategia è altrettanto cruciale: ogni personaggio ha condizioni di vittoria diverse, spesso in conflitto tra loro. Vincere non significa dominare tutti, ma sopravvivere alla propria ambizione.
Con 200 carte, una borsa di monete e sette portafogli personalizzati, Long Live the King trasforma la sala da pranzo in un palazzo reale. Non serve un regista: bastano coraggio, astuzia e il desiderio di giocare non solo per vincere, ma per raccontare una storia che nessuno dimenticherà. È un gioco per chi ama l’imprevedibile, dove la verità è ciò che si crede, e il potere appartiene a chi sa parlare meglio degli altri.
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