Shogi è un gioco di strategia profondamente radicato nella cultura giapponese, giocato su una scacchiera 9x9 dove ogni pezzo ha un ruolo dinamico e le regole sfidano l’idea stessa di “cattura definitiva”. A differenza degli scacchi occidentali, qui non si eliminano i pezzi avversari: li si catturano per trasformarli in armi proprie. Al proprio turno, dopo aver mosso un proprio pezzo, puoi far rientrare in gioco una pedina presa al nemico, piazzandola dove vuoi — purché rispetti le sue regole di movimento. Questo “ritorno” trasforma il gioco: la scacchiera non si svuota mai, l’azione è costante e ogni mossa può aprire nuove minacce.
Quasi tutti i pezzi possono promuovere entrando nei tre ranghi finali dell’avversario, guadagnando potere e versatilità. Il re, come negli scacchi, è l’obiettivo: catturarlo significa vincere. Ma qui il finale non è un lento ridursi a poche pedine; al contrario, con i pezzi che tornano in gioco, le possibilità di attacco moltiplicano e la vittoria può arrivare all’improvviso, spesso con combinazioni precise e devastanti. I pareggi sono rari: il sistema dei drop impedisce l’equilibrio statico e favorisce un continuo conflitto.
Le origini di questa versione moderna risalgono al tardo XVI secolo, quando la regola del “drop” fu adottata e il Drunk Elephant — una figura più antica — scomparve dalla scacchiera. Il primo documento certo che raffigura le regole attuali è un disegno datato 1587, tracciato dal samurai Matsudaira Ietada: da allora, Shogi non ha più cambiato forma. È un gioco di equilibrio tra controllo spaziale e rischio calcolato, dove ogni pezzo catturato diventa una minaccia potenziale, e la vittoria si costruisce non solo con l’abilità di muovere, ma con quella di riciclare.
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