Immagina di essere un antico sumero e di lanciare dadi a quattro facce su una scacchiera incisa 4500 anni fa: ecco The Royal Game of Ur. È una corsa semplice, elegante, che ha attraversato i secoli fino a noi, quasi come un sussurro dal passato.
Ogni giocatore guida sette pedine lungo un percorso a forma di L, cercando di portarle tutte all’uscita. Il tabellone è diviso in due tracciati: uno esterno dove entri in gioco e uno interno, più esposto, dove i contendenti si scontrano. Se atterri su una casella occupata da un’unica pedina avversaria, la mandi indietro all’inizio. Ma attenzione: se sono due o più pedine insieme, sei tu a tornare al punto di partenza.
Le caselle con il fiore – i rosette – sono punti sicuri: nessuno può cacciarti via da lì. E quando atterri su uno di questi, hai diritto a un altro lancio. Puoi scegliere quale pedina muovere, e non sei obbligato a usare lo stesso dado per continuare.
I dadi sono tetraedrici: ognuno mostra un punto o è vuoto. Il risultato va da zero a quattro, ma il due è quello più probabile – una piccola verità nascosta che può cambiare la partita.
Devi muovere sempre una sola pedina per lancio, e non puoi saltare turni: ogni mossa conta. Chi riesce a portare fuori tutte le sue sette pedine prima dell’avversario vince.
Non è solo un gioco: è un ponte con l’antichità, dove fortuna e strategia danzano insieme su una scacchiera che ha visto re e contadini. E se ti capita di giocarci, senti quasi il vento del deserto mesopotamico sussurrarti: “Ancora un lancio”.
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