Triplexity è un gioco da tavolo che trasforma lo spazio in una rete di triangoli intrecciati, creando un campo di battaglia dove tre giocatori si scontrano senza alleanze, senza pietà e senza tempo da perdere. Nato nel 1984 dall’ossessione per Go e dalla frustrazione di non poterlo giocare in tre, Triplexity è quel raro equilibrio tra semplicità delle regole e profondità strategica: pochi elementi, infinite possibilità.
Il tabellone è un esagono composto da centinaia di intersezioni formate da linee che si incrociano a 60 gradi, come i lati di una ragnatela triangolare. Ogni giocatore ha pietre di un colore diverso e le posiziona su questi punti, uno alla volta, alternandosi in ordine. Non ci sono turni multipli, non si saltano mosse: è pura concentrazione, ogni pezzo conta. L’obiettivo è chiaro: formare una linea continua di cinque o più pietre nello stesso colore, lungo una delle direzioni della griglia. Ma qui la semplicità finisce. Perché non basta costruire: devi anche impedire agli altri due di farlo.
Ecco il cuore del gioco: nessuno è tuo alleato. Non esistono coalizioni durature, nemmeno quelle nate per bloccare un avversario in vantaggio. Il giocatore che cerca di fermarne uno finisce spesso per aiutare l’altro, e questo rende ogni mossa una scelta delicata. Devi attaccare con decisione, ma non troppo presto; devi difenderti senza sembrare debole; devi sfruttare le mosse degli altri come occasioni, non come minacce. Una pietra posizionata male può diventare un’arma per il tuo nemico, e una mossa apparentemente innocua può aprirti tre linee di vittoria contemporaneamente.
Le regole sono poche: niente catture, niente movimenti dopo la posa. Ma c’è un dettaglio che cambia tutto: puoi bloccare le linee avversarie non solo con il tuo colore, ma anche semplicemente riempiendo gli spazi intorno a loro. Non devi circondare per eliminare, come nel Go; basta impedire che si estendano. E questo rende ogni intersezione un punto di controllo potenziale. Il gioco scorre veloce: dieci minuti, forse quindici, e già è finito. Non perché sia superficiale, ma perché non c’è spazio per l’esitazione. Chi aspetta troppo a muoversi si ritrova circondato; chi attacca senza pianificare viene tagliato fuori da due direzioni insieme.
Triplexity non è un gioco di pazienza, ma di reattività. È come ballare in tre su una pista stretta: o ti muovi con grazia e intenzione, oppure finisci per calpestarti i piedi a vicenda. La griglia esagonale triangolare dà al gioco una struttura più dinamica di un normale scacchiera quadrata. Le linee non sono solo orizzontali o verticali: sei direzioni possibili, tutte uguali, tutte cruciali. Questo significa che ogni pietra può contribuire a molteplici minacce contemporaneamente — e che una sola mossa può cambiare l’intero equilibrio.
C’è un ritmo particolare in Triplexity: i primi turni sembrano tranquilli, quasi cauti. Poi, da qualche parte tra la terza e la quinta mossa di ciascun giocatore, il tabellone si accende. Le linee cominciano a intrecciarsi come radici, le minacce si sovrappongono, e improvvisamente tutti stanno cercando di chiudere tre percorsi diversi allo stesso tempo. È qui che emerge la vera sfida: non solo vedere il tuo piano, ma prevedere cosa faranno gli altri due prima ancora che muovano.
Non è un gioco per timidi. Chi cerca di giocare in modo difensivo, aspettando che qualcun altro si esponga, finisce spesso per rimanere isolato, con poche opzioni e nessuna strada verso la vittoria. Ma neanche l’aggressività cieca funziona: chi va all’attacco senza guardarsi intorno viene rapidamente tagliato fuori da due direzioni diverse. La chiave è il controllo del centro, la flessibilità e la capacità di trasformare le mosse altrui in opportunità.
Triplexity non ha bisogno di componenti complessi: solo pietre colorate su una griglia esagonale. Eppure, dentro questa semplicità c’è un mondo. È un gioco che cresce con te: la prima partita sembra un caos, la seconda un tentativo disperato di capire cosa stia succedendo, la terza inizia a rivelare schemi. E dopo dieci partite, ti accorgi che ogni mossa ha una storia, e che ogni vittoria è il risultato di una serie di piccole intuizioni, non di un colpo geniale.
Non è un gioco per tutti: richiede attenzione, velocità mentale e la capacità di gestire più minacce contemporaneamente. Ma chi lo prova una volta, spesso torna. Perché Triplexity non ti dà solo una sfida: ti dà l’emozione di essere in mezzo a un dialogo silenzioso tra tre menti che si muovono all’unisono, senza mai parlarsi. E ogni partita è diversa. Non perché le regole cambiano — ma perché i giocatori lo fanno.
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