Due giocatori si fronteggiano: uno comanda le forze ottomane e i loro alleati centrali, l’altro le truppe britanniche, russe, arabe e francesi che cercano di spezzare il dominio turco.
Ogni mossa conta. Il cuore del gioco è un sistema di punti vittoria: li hai in partenza, ma devi usarli con cura per richiamare rinforzi, muovere unità o attivare figure storiche come Lawrence d’Arabia. Perdi punti ogni volta che una tua unità viene distrutta, e ne guadagni solo quando raggiungi obiettivi strategici — un equilibrio sottile tra ambizione e sopravvivenza. Il terreno è vasto: dalla Mecca a Medina, lungo il Tigri e l’Eufrate fino al Caucaso, con 87 miglia per esagono. La mappa copre un teatro di guerra spesso dimenticato, dove la logistica è più decisiva della forza bruta: senza rifornimenti, le divisioni restano bloccate.
Le unità vanno dai semplici fucilieri agli ultimi esperimenti meccanizzati, passando per cavalleria, artiglieria e piccole formazioni partigiane. Ogni turno rappresenta un trimestre di guerra, e le battaglie si svolgono su una griglia esagonale che rende ogni avanzata un calcolo preciso. Il gioco include due scenari brevi — uno all’inizio del conflitto, l’altro nel suo culmine — e una campagna completa che richiede circa sei ore per essere portata a termine da giocatori esperti.
Non è un gioco veloce, ma non vuole esserlo. Qui ogni battaglia ha peso storico, ogni ritirata ha conseguenze. Non si tratta di schiacciare l’avversario con numeri, ma di gestire risorse scarse, sfruttare il terreno e mantenere la coesione di un impero che crolla da dentro. Twilight of the Ottomans non celebra guerre: le racconta, con precisione, senza drammatizzare. E in questo silenzio, diventa affascinante.
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